Come tante altre persone anche io da bambino avevo una costituzione più robusta della media. Non ero un bambino grasso, ma quando andavo dal pediatra il numero sul foglio — il BMI — diceva "sovrappeso", e quel numero veniva riportato a mia madre così, senza una parola in più. Nessuno si fermava a guardare il ragazzo che ero davvero: la sua energia, la sua salute, semplicemente la sua struttura fisica. Solo il numero, letto senza contesto, come una sentenza.
Non è certo il motivo che mi ha spinto a diventare un dietista, è solo un pezzo di un contesto più ampio che, col tempo, ha condizionato me come molte altre persone alcune delle quali seguo in consulenza. A questo si aggiungono i compagni che ti dicono che sei grasso o che mangi troppo, i parenti che ti dicono cosa dovresti o non dovresti mangiare. Tutto ciò però condiziona fortemente lo sviluppo e la crescita del singolo, che può arrivare a sfociare in un difficile rapporto col cibo o con se stesso. Proprio per questo, quando parlo di numeri, non parlo da qualcuno che li osserva da fuori. Ci sono dentro anch'io.
Cosa fanno bene i numeri
Il mio lavoro si basa sui numeri e sul prendere misurazioni. I numeri non sono un'eccezione o un compromesso: sono uno strumento che uso ogni giorno.
Sono fondamentali perché ci permettono di descrivere la realtà. Nel mio lavoro, come in molti altri, servono per dare delle indicazioni: traducono in modo logico e analitico quello che accade, e ci permettono di fare calcoli, stime e misurazioni su ciò che altrimenti resterebbe solo percezione.
Ma come ogni traduzione, anche questa ha dei limiti. Tradurre la realtà in numeri non è così diverso, in fondo, dal tradurre un testo da una lingua a un'altra: e come per le lingue, qualcosa, nel passaggio, si perde o si semplifica sempre. E questi limiti vanno conosciuti.
Cosa fanno male i numeri
Il problema non è il numero. È cosa ci facciamo diventare, dentro la nostra testa.
Un numero smette di essere utile e comincia a fare male in un momento preciso: quando smette di essere un'informazione e diventa un giudizio su chi sei. Quando il peso di stamattina decide se hai "diritto" a sentirti bene oggi. Quando una percentuale di grasso diventa la misura del tuo valore, invece che una misura del tuo corpo, che sono due cose molto diverse.
Ho visto persone (e l'ho vissuto anch'io, in momenti diversi della mia vita sportiva) trasformare uno strumento di lavoro in un piccolo tribunale quotidiano. Ci si pesa, si controlla, ci si confronta. E più si controlla, più il controllo stesso diventa il problema, non la soluzione.
Non è un caso isolato: chi si pesa in modo compulsivo, più volte al giorno, tende a sviluppare un rapporto peggiore col proprio corpo rispetto a chi lo fa con una frequenza più bassa e più intenzionale, non perché il numero in sé sia pericoloso, ma perché il modo in cui lo si usa può diventare ossessivo.
La differenza che provo a insegnare
Per questo, quando lavoro con qualcuno, provo sempre a distinguere due cose che spesso vengono confuse:
Misurare è raccogliere un dato con un metodo, per orientare una decisione futura.
Giudicare è usare quello stesso dato per decidere quanto vali oggi.
La prima cosa è utile, quasi sempre. La seconda no, quasi mai.
Pesarsi, misurarsi, fa parte della quotidianità, fa parte della dieta, che ricordo deriva dal greco e significa proprio: stile di vita. Non dobbiamo evitare di prendere un numero: fa parte della nostra vita. Quello che conta è dargli il giusto peso, e farlo nelle giuste situazioni.
Per questo, quando qualcuno mi porta un numero, non gli chiedo nulla: cerco di capire insieme a lui quali pensieri gli passano per la testa in quel momento. Se dopo aver letto il numero quello che segue è "ok, aggiustiamo qualcosa", va tutto bene; ma se invece quello che segue è un giudizio su se stessi, quello è il momento di fermarsi e capire perché ci si sta misurando.
Non lo dico perché mi reputo più bravo di altri professionisti, e nemmeno perché mi sento superiore a chi fatica con questi temi. Lo dico perché ci sono passato, perché so cosa vuol dire ritrovarsi dall'altra parte del numero e sentirsi sbagliato per come sei.
Le persone non sono oggetti
Quando sei bambino hai poche colpe: l'educazione che ricevi è quella che ti viene insegnata, e sei molto vincolato al contesto in cui vivi. Eppure venire etichettato — ridotto a un numero, come se fossi un pezzo che deve rientrare in uno standard, come un'automobile troppo pesante per essere omologata — è una delle cose più brutte che possano capitarti. E vale anche da adulti: spesso dietro chi mangia troppo, o troppo poco, ci sono quasi sempre dinamiche che chi sta dall'altra parte del tavolo — noi professionisti — non può conoscere fino in fondo, e non è nessuno per giudicare.
Comunque sia, essendo esseri umani, anche noi professionisti non possiamo svincolarci del tutto dal giudizio: è un meccanismo intrinseco della nostra mente, e parte in automatico. Ma so che è un giudizio limitato, provvisorio, e che non ha nulla a che fare con la persona che ho davanti. Le persone vanno rispettate nella loro umanità. Non sono materiale da lavorazione. E se sei in sovrappeso, anche severamente, non è la fine di niente. È solo un punto da cui partire. Dovremmo chiederci: cosa possiamo fare da qui in avanti?
Il mio ruolo è stare a fianco, non davanti
Un percorso difficile raramente è lineare. Ci sono ricadute, momenti in cui si arranca, periodi in cui succede qualcosa — un problema in famiglia, al lavoro, con i figli — che manda tutto in tilt. Io credo che in quei momenti il mio compito non sia spingere più forte. Piuttosto è quello di mettermi a fianco della persona e leggere insieme a lei la situazione reale, non quella ideale.
Mi è capitato, nella pratica, di seguire un paziente con un percorso che prevedeva di perdere diversi chili, ma che a causa di un momento complicato non è più riuscito a seguire il piano come prima. Un approccio rigido, in un caso come questo, avrebbe solo aggiunto peso e stress, e non lo ritengo funzionale al percorso di nessuno. Quello che conta, invece, è capire e comprendere quanto sia stato comunque impegnativo, per quella persona, cercare di seguire il più possibile il piano senza esagerare: il mantenimento del peso, in un momento come quello, testimonia proprio quell'impegno. Per questo ritengo che, in determinate situazioni, una volta compreso lo stress e la situazione di chi ho davanti, vada valorizzato il risultato ottenuto, invece di denigrare quello che non si è ottenuto, perché in una fase come quella della sua vita, con quel livello di stress, sarebbe stato quasi naturale sfogarsi sul cibo e riprendere peso.
So che alcuni colleghi non sarebbero d'accordo con questa visione del lavoro. Va benissimo così: ognuno ha il proprio metodo, e il mio di certo non è "il più corretto" per tutti. Ma io ci credo profondamente: aiutare una persona a 360 gradi conta più che farla arrivare, a ogni costo, al numero che si era prefissata.
Perché posso anche accompagnare qualcuno fino all'obiettivo che si era messo in testa — dimagrire, "definirsi" per l'estate — ma se per arrivarci ha sofferto, si è privato di tutto, non è uscito con gli amici per un anno, il rischio è che una volta raggiunto quel traguardo tutta la tensione accumulata esploda, magari proprio nel momento in cui dovrebbe godersela di più. Raggiungere l'obiettivo è solo una parte del percorso. Non è il percorso. Il vero obiettivo, per me, resta sempre lo stesso: la salute e la felicità della persona che ho davanti.
Un numero non è la realtà: è una sua traduzione
C'è un altro pezzo di questo discorso che mi sta a cuore, più tecnico ma altrettanto importante. I numeri, in fisica come in nutrizione, non sono la realtà: sono uno strumento per tradurla in modo sistematico. Chi lavora con questi strumenti — un tecnico, uno studente, nel mio caso un dietista — ha il compito di conoscere quella traduzione a fondo: come è stata costruita quella formula, quale idea c'era dietro, perché si misura proprio quella cosa e non un'altra, quali sono i limiti di quella misurazione e quali i suoi vantaggi.
Un numero preso senza conoscere tutto questo — senza sapere da dove viene e cosa può o non può dirti — è un numero pericoloso, perché sembra oggettivo mentre in realtà porta con sé tutti i limiti del metodo con cui è stato ottenuto. Ti spiegherò, di volta in volta, come funziona ciascun metodo che utilizzo, da dove arriva quella formula, cosa può davvero dirti e cosa no. Un numero si usa bene solo se se ne conosce la traduzione.
Detto questo, i numeri in ambito scientifico restano necessari, e non per burocrazia. Servono a dare dei punti di riferimento: senza una scala condivisa non potremmo confrontare una misurazione con un'altra, uno studio con un altro, il progresso di una persona nel tempo con quello di un'altra. La scienza, per funzionare, ha bisogno di riferimenti comuni, altrimenti ogni osservazione resterebbe isolata, non confrontabile, non verificabile. Il punto non è quindi rifiutare i numeri come concetto: è ricordarsi che un riferimento è un punto di partenza per capire dove ti trovi, non una sentenza su chi sei.
Come lo uso in pratica
Detto questo sul metodo, torniamo alla pratica quotidiana. Nessuna misura va mai utilizzata da sola, e nessuna va mai usata per emettere un verdetto.
È vero che uno strumento di misurazione può darti un risultato che non rispecchia al cento per cento chi sei realmente. Ma è anche vero che misurarti una volta, e poi ripetere la misurazione sempre con gli stessi criteri, nelle stesse condizioni, ti permette di vedere il cambiamento tra una misurazione e l'altra. Ed è proprio quello il valore di questi strumenti: non tanto quello che dicono su chi sei in un singolo momento, ma il fatto che, usati nel tempo, ti aiutano a comprendere l'andamento del percorso.
Li uso insieme, li uso nel tempo, e soprattutto li uso con la persona che ho davanti, non su di lei. Il dato è un punto di partenza per una conversazione, non il punto di arrivo di un giudizio.
Vuoi un percorso costruito sui tuoi numeri, non su un giudizio?
Una consulenza seria parte dai dati, ma non si ferma lì: li usa per capire davvero dove sei e dove vuoi arrivare.