Il BMI, o indice di massa corporea, è una formula che permette di confrontare il peso di una persona con il quadrato della sua altezza. Lo avrai sentito nominare ovunque — in televisione, dal tuo medico di base, su un'app del telefono, magari persino sull'etichetta di una bilancia intelligente — quasi sempre accompagnato da un aggettivo netto: sottopeso, normopeso, sovrappeso, obeso. È un numero che sembra dare un verdetto secco. Ed è proprio questa apparente semplicità il problema.
Ci sono due cose da mettere insieme, che a prima vista sembrano in contraddizione ma non lo sono: il BMI è uno strumento valido e necessario, e allo stesso tempo va capito con precisione cosa non ti sta dicendo — perché usarlo male può fare più danno di quanto pensi.
Cos'è, in pratica
Applicato al calcolo concreto: peso in chilogrammi diviso l'altezza in metri al quadrato (kg/m²). Se pesi 70 kg e sei alto 1,75 m, il tuo BMI è 70 / (1,75 × 1,75) = 22,9.
Come nasce? L'indice nasce nell'Ottocento dal lavoro dello statistico belga Adolphe Quetelet, che però non era affatto interessato a diagnosticare l'obesità nel singolo individuo. Quetelet studiava le popolazioni: il suo obiettivo era descrivere le caratteristiche dell'"uomo medio" attraverso grandi numeri, non giudicare la corporatura di una persona specifica. Il suo rapporto peso/altezza² era un attrezzo statistico, pensato per confrontare gruppi ampi di persone, non per essere applicato a te, in una stanza, come sentenza individuale.
È stato solo nel 1972, oltre un secolo dopo, che il fisiologo Ancel Keys ha ripreso quell'indice statistico e lo ha trasformato in quello che oggi chiamiamo Body Mass Index, proponendolo come strumento pratico per stimare l'adiposità a livello di popolazione negli studi epidemiologici. Da lì, con il tempo, è scivolato progressivamente nell'uso clinico quotidiano, un uso per cui, in origine, non era stato pensato.
Perché è comunque uno strumento necessario
Qui voglio essere molto chiaro, perché è un punto che mi sta a cuore: il BMI non è né obsoleto né inutile, non è "una cosa vecchia da buttare via". È uno degli strumenti più preziosi che abbiamo in ambito epidemiologico e di sanità pubblica.
Pensalo in questi termini: senza un indice semplice, standardizzato e replicabile come il BMI, non potremmo confrontare lo stato nutrizionale di popolazioni diverse, non potremmo monitorare come cambia la prevalenza di sovrappeso e obesità nel tempo, non potremmo condurre ricerca su larga scala che metta in relazione la composizione corporea con il rischio di malattie croniche. L'Organizzazione Mondiale della Sanità continua infatti a usarlo come riferimento ufficiale per definire le soglie negli adulti:
- Sottopeso: BMI inferiore a 18,5
- Sovrappeso: BMI uguale o superiore a 25
- Obesità: BMI uguale o superiore a 30
con criteri specifici e diversi per bambini e adolescenti, basati su percentili per età e sesso piuttosto che su un singolo numero fisso.
I numeri, in altre parole, sono necessari. Sono il linguaggio comune che permette alla scienza di parlare di milioni di persone contemporaneamente, di individuare trend, di orientare le politiche sanitarie. Il problema non nasce dal numero in sé. Nasce nel momento in cui quello stesso indice — pensato per descrivere popolazioni — viene usato come verdetto definitivo su un singolo individuo, senza nessun contesto attorno.
Detto in altri termini: il BMI funziona bene quando descrive insieme migliaia o milioni di persone, o anche il singolo se si sa contestualizzare il risultato. Perde invece efficacia nel momento in cui lo si applica a te, una singola persona, guardandone esclusivamente il numero e non la persona che si ha di fronte.
Dove il BMI smette di dirti qualcosa di utile
Il BMI non distingue tra massa grassa e massa magra. Due persone con lo stesso peso e la stessa altezza possono avere composizioni corporee completamente diverse: un atleta con una massa muscolare importante può risultare "in sovrappeso" secondo il BMI pur avendo una percentuale di grasso corporeo bassissima. Una persona anziana, che ha perso massa muscolare con gli anni, può avere un BMI "normale" pur avendo una composizione corporea tutt'altro che ottimale.
Un esempio pratico. Samson Dauda, bodybuilder della categoria Men's Open e secondo classificato al Mr. Olympia 2026, è arrivato in gara con un peso di circa 141 kg (310 libbre) per un'altezza di 180 cm, con una massa grassa probabilmente attorno al 6-7%. Il suo BMI, in quel momento, sarebbe di circa 43 — ben oltre la soglia di 30 che definisce l'obesità, nella fascia della cosiddetta obesità di 3° grado. Non posso affermare con certezza se l'atleta in questione sia o meno in salute, ma è evidente l'assurdità di sentirsi dire che si è "obeso" in quelle condizioni.
Dati: altezza da Wikipedia; peso di gara al Mr. Olympia 2026 da Fitness Volt.
Anche la revisione critica di Frank Nuttall, pubblicata su Nutrition Today nel 2015, lo mette nero su bianco: il BMI resta uno strumento utile a livello di popolazione, ma è un indicatore piuttosto povero della percentuale di grasso corporeo nel singolo individuo, perché non tiene conto di come quel grasso sia distribuito nel corpo — un fattore che incide molto di più sul rischio cardiometabolico del solo peso relativo all'altezza.
📚 Evidenze Scientifiche
Nuttall (2015): Revisione pubblicata su Nutrition Today
Risultato: il BMI resta uno strumento utile a livello di popolazione, ma è un indicatore piuttosto povero della percentuale di grasso corporeo nel singolo individuo, perché non tiene conto della distribuzione del grasso corporeo — un fattore che incide più del solo peso relativo all'altezza sul rischio cardiometabolico.
Nuttall FQ. Body Mass Index: Obesity, BMI, and Health: A Critical Review. Nutrition Today. 2015;50(3):117-128.
A questo si aggiungono età, sesso, etnia, e il fatto che popolazioni specifiche — atleti, donne in gravidanza, persone molto anziane, bambini in crescita — richiedono chiavi di lettura completamente diverse. Nell'età dello sviluppo il problema è ancora più marcato: due bambini della stessa età possono avere altezze molto diverse tra loro — uno alto un metro, un altro un metro e quaranta — semplicemente perché crescono a velocità diverse. Per questo, in pediatria, non si usano soglie fisse come negli adulti, ma curve di crescita specifiche per età e sesso.
Lo stesso vale, in un altro modo, alle due estremità della distribuzione delle altezze: in persone molto più basse o molto più alte della media, il BMI comincia a perdere di significato, perché la relazione tra peso e altezza al quadrato su cui si basa il calcolo è stata costruita — e verificata — soprattutto su un intervallo di altezze centrale, non sugli estremi della curva.
Il vero rischio: chi lo comunica, e come
Qui arriviamo al punto centrale. Il BMI di per sé non fa danni — anzi, è molto utile. A fare danni, quando capita, è il modo in cui viene comunicato, e da chi.
Può capitare che una figura professionale senza formazione adeguata, con poca empatia, liquidi una persona in tre parole guardando solo quel numero e lo trasformi in un giudizio morale. Può capitare anche che un genitore o un parente, pur con le migliori intenzioni, legga un valore trovato su internet e lo usi per commentare il corpo di un familiare. Capita, a volte, anche che un sanitario — o chi segue un atleta da vicino, come un allenatore, un coach o un preparatore atletico — pur conoscendo bene i limiti dell'indice, nella fretta sbagli la comunicazione e lo trasmetta senza il contesto necessario a chi lo riceve.
È compito di un professionista sanitario — ma non solo — pesare bene le parole che usa davanti a chi si ha di fronte, perché un giudizio pesa molto di più quando arriva da chi viene percepito come esperto, rispetto allo stesso commento detto da un amico o da un conoscente. Che sia un infermiere, un dietista, un medico, un coach, un allenatore, un fisioterapista, un preparatore atletico… quella parola si carica di un'autorità che va oltre il contenuto letterale della frase.
Mi è capitato più volte, con persone diverse che ho seguito nel tempo, di vedere come un valore di BMI borderline — magari solo di qualche decimo sopra o sotto una soglia — comunicato senza il contesto necessario sia rimasto impresso per anni: non come un dato clinico, ma come un'etichetta interiorizzata ("sono sovrappeso", "sono border"), ripetuta a distanza di tempo con lo stesso disagio del giorno in cui è stata pronunciata la prima volta. Non è un caso isolato: la letteratura sullo stigma del peso, come lo studio di Puhl e colleghi pubblicato su PLOS ONE nel 2021, documenta bene quanto le esperienze di stigmatizzazione legate al peso vissute in ambito sanitario possano avere un impatto duraturo sul benessere psicologico, indipendentemente dall'effettivo stato di salute della persona.
📚 Evidenze Scientifiche
Puhl et al. (2021): Studio pubblicato su PLOS ONE
Risultato: le esperienze di stigmatizzazione legate al peso vissute in ambito sanitario — sperimentate direttamente o interiorizzate — hanno un impatto duraturo sul benessere psicologico delle persone, indipendentemente dal loro effettivo stato di salute.
Puhl RM, Lessard LM, Pearl RL, Himmelstein MS, Foster GD. The roles of experienced and internalized weight stigma in healthcare experiences: Perspectives of adults engaged in weight management across six countries. PLOS ONE. 2021;16(6):e0251566.
Questo non significa che il BMI vada nascosto o taciuto. Significa che comunicarlo richiede la stessa cura con cui si comunica qualsiasi altra informazione delicata: spiegando cosa significa, cosa non significa, e inserendolo sempre dentro un quadro più ampio — mai come frase isolata e definitiva.
Come uso il BMI, in pratica
Nel mio lavoro il BMI resta un punto di partenza, quasi mai un punto di arrivo. Lo guardo insieme ad altri indicatori: la composizione corporea, la storia della persona e del suo peso, il contesto, gli obiettivi. Nessuno strumento antropometrico, da solo, racconta la storia intera. Il BMI, in particolare, è utile soprattutto come primo riferimento di popolazione o come indicatore di trend nel tempo per una stessa persona — non come giudizio individuale definitivo scattato in un singolo momento.
In fondo, il principio è sempre lo stesso, qualunque sia lo strumento antropometrico che hai davanti: i numeri sono strumenti preziosi, a volte indispensabili, ma restano strumenti. Diventano utili quando sai leggerli nel loro contesto, e diventano pericolosi quando qualcuno — chiunque sia — li trasforma in un verdetto invece che in un punto di partenza per capire di più su di te.
📚 Fonti
- Obesity and overweight — Fact sheet - World Health Organization (pagina consultata, aggiornata a ottobre 2026).
- Body Mass Index: Obesity, BMI, and Health: A Critical Review - Nuttall FQ. Nutrition Today. 2015;50(3):117-128.
- The roles of experienced and internalized weight stigma in healthcare experiences: Perspectives of adults engaged in weight management across six countries - Puhl RM, Lessard LM, Pearl RL, Himmelstein MS, Foster GD. PLOS ONE. 2021;16(6):e0251566.
- Adolphe Quetelet (1796-1874) — the average man and indices of obesity - Eknoyan G. Nephrology Dialysis Transplantation. 2008;23(1):47-51. (fonte secondaria sull'origine storica del BMI)
- Using BMI-for-Age Growth Charts - Centers for Disease Control and Prevention.
- Samson Dauda - dati fisici (Wikipedia); peso di gara al Mr. Olympia 2026 da Fitness Volt.
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