Il plicometro è uno strumento semplice: una specie di pinza, di solito in plastica o metallo, che si usa per pizzicare una piega di pelle in un punto preciso del corpo e misurarne lo spessore in millimetri. Costa relativamente poco. Ma per quanto se ne parli spesso quando si discute di composizione corporea, è uno strumento che in pratica pochi hanno davvero visto dal vivo: capita spesso, anche a chi lavora nel settore, di non averlo mai incontrato prima di seguire una formazione specifica in questo ambito.
È uno degli strumenti antropometrici meno conosciuti e più fraintesi. Non è uno strumento che si vede in giro tutti i giorni, ma negli ultimi anni — soprattutto ad alti livelli, nello sport professionistico e in ambito clinico specializzato — sta tornando a essere apprezzato e riutilizzato con più attenzione.
Cerchiamo di capire cosa misura davvero un plicometro, come si arriva dal numero sul quadrante a una stima di percentuale di grasso corporeo, e perché questo strumento va letto con un certo grado di attenzione critica. Non perché sia inaffidabile in assoluto, ma perché è uno degli strumenti più sensibili a chi lo usa: la sensibilità della misurazione dipende molto da chi la esegue.
Cosa misura, in concreto
Il plicometro non misura il grasso corporeo. Misura lo spessore di una plica cutanea, cioè una piega di pelle e del tessuto adiposo sottocutaneo che sta subito sotto, sollevata con due dita in un punto anatomico preciso e poi "pinzata" dallo strumento, che esercita una pressione costante e restituisce una misura in millimetri.
Fin qui, è una misura fisica diretta: tot millimetri di plica in un dato punto del corpo. Il passaggio successivo — quello dove entra in gioco la statistica — è la conversione della somma delle pliche misurate in una stima della densità corporea, attraverso un'equazione di regressione costruita su popolazioni di riferimento. Solo da quella densità stimata si ricava poi, con una seconda formula distinta, la percentuale di massa grassa.
Quindi il percorso completo è: plica in millimetri (in più punti) → equazione di regressione → densità corporea stimata → equazione di conversione → percentuale di grasso stimata. Due passaggi statistici, non una misura diretta del grasso: qualunque stima che passa attraverso un'equazione costruita su un campione di persone porta con sé margini di errore e assunzioni che vale la pena conoscere, non ignorare.
Il primo passaggio — dalla somma delle pliche alla densità corporea — cambia formula a seconda del protocollo usato (quante e quali pliche) e del sesso della persona misurata. Con il protocollo a 7 pliche che uso io (vedi il capitolo successivo), le equazioni generalizzate di Jackson e Pollock sono:
Densità corporea (protocollo Jackson-Pollock a 7 pliche):
- Uomini: 1,112 − (0,00043499 × somma delle 7 pliche) + (0,00000055 × somma delle 7 pliche²) − (0,00028826 × età)
- Donne: 1,0970 − (0,00046971 × somma delle 7 pliche) + (0,00000056 × somma delle 7 pliche²) − (0,00012828 × età)
Il secondo passaggio — dalla densità corporea alla percentuale di grasso — usa invece una formula diversa, indipendente dal protocollo di plicometria scelto. Le due equazioni di conversione più usate sono:
Percentuale di grasso corporeo:
- Equazione di Siri (1961): (495 / densità corporea) − 450
- Equazione di Brozek (1963): (457 / densità corporea) − 414,2
Nella maggior parte dei casi le due formule danno risultati molto simili tra loro; le differenze diventano più evidenti solo ai valori estremi di densità corporea.
Il protocollo che uso: le 7 pliche
Esistono diversi protocolli di plicometria, che si differenziano soprattutto per il numero di punti misurati: si va da versioni più rapide a 3 punti (come il Jackson-Pollock a 3 pliche) fino a protocolli più estesi. Nella mia pratica uso il protocollo Jackson-Pollock a 7 pliche, che prevede la misurazione in sette siti anatomici standardizzati (tipicamente petto, ascellare media, tricipite, sottoscapolare, addome, sovrailiaca e coscia).
Le equazioni generalizzate per la stima della densità corporea a partire da più pliche cutanee derivano dal lavoro classico di Jackson e Pollock, pubblicato sul British Journal of Nutrition nel 1978, che rimane a distanza di quasi cinquant'anni uno dei riferimenti più citati in questo campo. È un lavoro fondativo, nel senso che ha stabilito il modello statistico su cui si basano ancora oggi moltissime delle equazioni di uso comune.
Perché 7 punti e non 3? In generale, più siti di misurazione tendono a ridurre l'errore legato alla variabilità individuale nella distribuzione del grasso sottocutaneo — una persona può accumulare relativamente più tessuto adiposo nella zona addominale e un'altra nella zona delle cosce, e un protocollo più esteso cattura meglio queste differenze rispetto a una stima basata su pochi punti. Non è un dettaglio da poco quando l'obiettivo è un monitoraggio nel tempo, che è poi l'uso che ne faccio davvero.
Il limite più sottovalutato: la mano di chi misura
Ed è qui che arriva il punto centrale di questo articolo, quello su cui vorrei che ti soffermassi davvero, perché è l'aspetto della plicometria che il pubblico tende a capire meno.
Molte persone pensano al plicometro come a uno strumento oggettivo quasi quanto un righello: prendi la plica, leggi il numero, quello è il dato. Nella pratica non funziona esattamente così. La plicometria è uno strumento fortemente operatore-dipendente. Il valore che leggi sul quadrante dipende da una serie di micro-decisioni di chi esegue la misurazione: quanto tessuto viene effettivamente afferrato tra le dita, l'esatto punto anatomico di presa (che può spostarsi di pochi millimetri da una sessione all'altra), l'angolo con cui la plica viene sollevata, la pressione e i tempi di lettura dello strumento. Nessuna di queste variabili è scritta sul display: dipendono tutte dalla mano e dall'esperienza di chi misura.
Questo non è un dettaglio marginale che aggiungo per completezza: è probabilmente il limite più importante da conoscere se usi (o ti misurano con) la plicometria. Un lavoro recente pubblicato su Sport Sciences for Health da Machado e colleghi nel 2025 ha messo a confronto in modo diretto operatori esperti e operatori alle prime armi nella misurazione delle pliche cutanee, mostrando come l'affidabilità delle misure — e quindi anche l'accuratezza delle stime di grasso corporeo che ne derivano — dipenda in modo significativo dal livello di esperienza di chi esegue la misurazione. Detto in altri termini: la stessa plica, sulla stessa persona, misurata da due mani diverse, può restituire numeri diversi. E anche la stessa persona che misura te oggi e tra tre mesi può introdurre una piccola variabilità, semplicemente perché il punto esatto di presa non è mai identico al millimetro.
📚 Evidenze Scientifiche
Machado et al. (2025) — Studio pubblicato su Sport Sciences for Health
Risultato: il confronto diretto tra operatori esperti e operatori alle prime armi nella misurazione delle pliche cutanee mostra che l'affidabilità delle misure — e di conseguenza l'accuratezza delle stime di grasso corporeo che ne derivano — dipende in modo significativo dal livello di esperienza di chi esegue la misurazione.
Machado DRL, Lopes da Silva LS, Vaquero-Cristóbal R, Rosa VC, Tasinafo Junior MF, Pereira dos Santos A, Pugliesi Abdalla P, Mazzonetto LF, Sousa de Oliveira A, Mota J, Marcos-Pardo PJ. Reliability of skinfold measurements and body fat prediction depends on the rater's experience. Sport Sci Health. 2025;21(4):2639-2648.
Non è (necessariamente) che uno dei due misuratori abbia sbagliato: è che la plicometria ha un margine fisiologico di variabilità intra e inter-operatore che va messo in conto, non interpretato come un cambiamento reale della composizione corporea.
Un altro aspetto da conoscere è che la plica non si comporta allo stesso modo in tutte le persone: nell'uomo, in genere, la pelle tende a staccarsi più facilmente dal tessuto sottostante, rendendo la presa della plica più semplice; nella donna, invece, la plica è spesso più difficile da afferrare in modo netto. Un operatore abituato a misurare prevalentemente uomini può quindi trovarsi in difficoltà quando passa a misurare una donna: un ulteriore motivo per cui l'esperienza di chi esegue la misurazione conta così tanto.
Vale la pena anche accennare alla procedura: per ogni punto anatomico non si prende una sola misura, ma se ne fanno tipicamente tre, e si utilizza poi la media. Questo aiuta a ridurre, almeno in parte, la variabilità di una singola lettura; anche se non elimina il problema di fondo dell'operatore-dipendenza. C'è anche un errore tecnico da conoscere: se l'operatore tira troppo la plica o la mantiene pinzata troppo a lungo, il punto di repere può diventare inutilizzabile per quella sessione. Lo stress meccanico sulla cute può causare un piccolo rigonfiamento locale — non un'infiammazione vera e propria, ma un accumulo di liquidi — che altera la misurazione. Sbagliare la procedura è più facile di quanto sembri.
Perché la costanza conta più del singolo numero
Questo mi porta dritto a un principio importante, che vale, se possibile, ancora di più per la plicometria: quello che conta non è tanto il valore assoluto di una singola misurazione, quanto la costanza del metodo nel tempo.
Se lo stesso operatore misura sempre gli stessi punti, con lo stesso protocollo, nelle stesse condizioni (stesso momento della giornata, idratazione simile, stesso strumento), allora la variazione che osservi da una sessione all'altra ha molte più probabilità di riflettere un cambiamento reale della tua composizione corporea, piuttosto che semplice variabilità casuale legata alla misurazione in sé. È per questo che, quando uso la plicometria con chi seguo, tengo molto a mantenere costanti sia l'operatore (io stesso) sia il protocollo, sessione dopo sessione. Un valore isolato, preso una tantum e magari confrontato con quello preso da qualcun altro in un altro contesto, dice molto meno di quanto sembri. A volte può addirittura confondere, se le due misurazioni non sono davvero confrontabili tra loro.
Anche le equazioni sono stime, non leggi fisiche
C'è un secondo livello di incertezza che si aggiunge a quello della misurazione della plica in sé, ed è quello delle equazioni di conversione. Le formule che trasformano la plica cutanea in densità corporea, e la densità corporea in percentuale di grasso, sono modelli statistici calibrati su specifiche popolazioni di riferimento: non leggi fisiche universali. Un'equazione sviluppata prevalentemente su un certo tipo di popolazione può essere meno accurata se applicata a persone con caratteristiche molto diverse da quel campione originario (per età, sesso, livello di attività fisica, composizione corporea di partenza).
Questo tema della validità e della comparabilità delle misure di composizione corporea è discusso in modo approfondito in un capitolo firmato da Grinker nel 1990, all'interno di un volume dedicato alla composizione corporea e alla performance fisica pubblicato dalla National Academies Press. È un testo ormai datato — parliamo di oltre trent'anni fa — ma resta un buon punto di riferimento per capire quanto, già allora, fosse chiaro alla comunità scientifica che nessuno strumento antropometrico, plicometria compresa, offre una misura diretta e infallibile del grasso corporeo: offre una stima, con margini di errore che vanno conosciuti per essere usati bene.
Uno strumento utile, se sai cosa aspettarti
La plicometria resta comunque uno strumento valido: usata bene, offre informazioni utili sul cambiamento della composizione corporea nel tempo. Il punto non è se serva o meno, ma che va usata conoscendone i limiti, non nonostante essi.
Se tieni a mente che (1) l'operatore che ti misura conta quanto il numero che ottieni, (2) la costanza del metodo vale più del singolo dato isolato e (3) le equazioni di conversione sono stime statistiche e non misure dirette, allora la plicometria diventa uno strumento di monitoraggio nel tempo genuinamente utile. Gli strumenti antropometrici, in generale, dovrebbero essere utilizzati non come verdetti assoluti, ma come tasselli di un quadro più ampio, da leggere con la giusta cautela critica.
📚 Studi scientifici citati
- Generalized equations for predicting body density of men - Jackson AS, Pollock ML. Br J Nutr. 1978;40(3):497-504.
- Generalized equations for predicting body density of women - Jackson AS, Pollock ML, Ward A. Med Sci Sports Exerc. 1980;12(3):175-181.
- Reliability of skinfold measurements and body fat prediction depends on the rater's experience - Machado DRL, et al. Sport Sci Health. 2025;21(4):2639-2648.
- Body Composition Measurement: Accuracy, Validity, and Comparability - Grinker JA. In: Body Composition and Physical Performance. National Academies Press (US); 1990.
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Una plicometria fatta bene, con un protocollo costante nel tempo, è uno degli strumenti più utili per seguire i tuoi progressi reali.